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Un antico scioglilingua: la campana di Procolo

mistero di Procolo

 

La chiesa di San Procolo si trova in via d’Azeglio; è un piccolo edificio, ma vanta l’intervento dei due grandi architetti bolognesi del ‘500, il Vignola e il Terribilia.

Il sito dove si trova la chiesa, in epoca romana era un cimitero extraurbano, dove venne sepolto Procolo, un legionario che fu martirizzato in quanto cristiano.

La leggenda narra che Procolo fu decapitato in un luogo sui colli bolognesi e che la sua testo rotolò dai colli fino al posto dove oggi si trova la chiesa mentre il suo corpo le correva dietro per recuperarla. Quando la testa si arrestò e il corpo si ricongiunse ad essa il popolo decise di erigere una chiesa per celebrare il miracolo avvenuto.

La curiosità di questa chiesa sta nella facciata dove c’è una lapide con un testo latino avvolto nel mistero . Alcuni asseriscono che sia un scioglilingua:

SI PROCUL A PROCULO

PROCULI CAMPANA FUISSET

NUNC PROCUL A PROCULO

PROCUL IPSE FORET

A.D. 1393

Che tradotto suona così:

SE PROCOLO FOSSE STATO LONTANO

DALLA CAMPANA DI PROCOLO,

ORA PROCOLO SAREBBE LONTANO

DALLO STESSO PROCOLO

ANNO DOMINE 1393

I bolognesi narrano due leggende per spiegare il significato della lapide.

1-   Nel 1393 Procolo era il campanaro della chiesa di S. Procolo e un giorno, andando a suonare le campane per richiamare il popolo alle funzioni, una campana si staccò dal campanile e gli cadde sulla testa uccidendolo all’istante.

Se Procolo (campanaro) fosse stato lontano dalla campana (che gli cadde in testa) della Chiesa di S. Procolo, ora lo stesso Procolo (campanaro e sepolto in chiesa) sarebbe lontano da dove giace San Procolo.”.

 

2-   Procolo era uno studente dello Studium Bolognese e abitava presso il convento della chiesa di S. Procolo, perché all’epoca i frati erano soliti affittare alcune stanze agli studenti. Per studiare e seguire le lezioni Procolo si alzava al suonare della prima campana della chiesa insieme ai frati, quindi molto presto al mattino e si coricava sempre molto tardi la notte.

Questa faticosa vita di studio fece si che lo studente si ammalasse e che in poco tempo, nonostante le cure, morisse.

“Se Procolo (studente), fosse stato lontano dalla campana della Chiesa di San Procolo (dove alloggiava), ora lo stesso Procolo (studente) non sarebbe sepolto nel cimitero che c’è in San Procolo”.

Tutte e due le spiegazioni sono abbastanza ironiche, ma soprattutto la seconda che, in definitiva, ricorda uno studente deceduto per il troppo studio.

Il che farebbe ritenere che anche all’epoca (nel 1300) frequentare l’Università di Bologna non fosse per niente semplice …


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La lapide: ÆLIA LÆLIA CRISPIS (La Pietra di Bologna)

Aelialaelia

 (LATINO)

« D M

Aelia Laelia Crispis

Nec vir nec mulier nec androgyna

Nec puella nec iuvenis nec anus

Nec casta nec meretrix nec pudica

sed omnia

sublata neque fame neque ferro neque ueneno

Sed omnibus

Nec coelo nec aquis nec terris

Sed ubique iacet

Lucius Agatho Priscius

Nec maritus nec amator nec necessarius

Neque moerens neque gaudens neque flens

Hanc nec molem nec pyramidem nec sepulchrum
Sed omnia

Scit et nescit cui posuerit »

(ITALIANO)

« D.M.

Aelia Laelia Crispis

né uomo ne donna, né androgino

né bambina, né giovane, né vecchia

né casta, né meretrice, né pudica

ma tutto questo insieme.

Uccisa né dalla fame, né dal ferro, né dal veleno,

ma da tutte queste cose insieme.

Né in cielo, né nell’acqua, né in terra,

ma ovunque giace,

Lucio Agatho Priscius

né marito, né amante, né parente,

né triste, né lieto, né piangente,

questa / né mole, né piramide, né sepoltura,

ma tutto questo insieme

sa e non sa a chi è dedicato »

 L’epigrafe, prima del restauro, riportava in calce anche i seguenti versi:

 

Hoc est sepulcrum intus cadaver non habens,

Hoc est cadaver sepulchrum extra non habens,

sed cadaver idem est et sepulchrum sibi.

Questo è un sepolcro che non ha un cadavere,

questo è un cadavere che non ha un sepolcro,

ma lo stesso cadavere è sepolcro a se stesso.

 

La lapide

La Pietra di Bologna è un’iscrizione latina per Aelia Laelia Crispis, anche conosciuta come enigma di Aelia Laelia Crispis oppure Enigma della Lapide.

È incisa su una pietra rettangolare e si tratta di una (falsa) iscrizione funeraria dedicata da un uomo che si nascose con lo pseudonimo di Lucius Agatho Priscius a una misteriosa donna definita Aelia Laelia Crispis.

Secondo Richard White, questi versi sono la traduzione di un antico epigrammagreco attribuito ad Agatia lo Scolastico. Il testo sarebbe stato latinizzato dapprima da Decimo Magno Ausonio e, un millennio dopo, da Poliziano.

Questa misteriosa lapide, ora conservata nel museo civico di Bologna, era posta sul campanile a lato della chiesa intitolata alla Beata Maria Vergine Gloriosa ed ai SS Pietro e Paolo Apostoli annessa al Monastero di Casaralta (BO) dei Frati Gaudenti.

 

Il complesso di Santa Maria di Casaralta

Il complesso di Casaralta, oggi stabilimento militare, era stato eretto nel XIII secolo quale priorato dell’ Ordo Militiæ Mariæ Gloriosæ, meglio conosciuto come ordine dei frati gaudenti, più esattamente Cavalieri della Beata Vergine Gloriosa. Era un Ordine Religioso Militare nato a Bologna nel XIII secolo, sull’esempio dei Templari, per rappacificare la lotta fratricida fra Guelfi e Ghibellini, localmente Lambertazzi e Geremei.

I componenti di detto ordine dovevano essere «cavalieri a sproni dorati», possedere un cavallo, l’armatura e ciò che era necessario a un soldato.

Le condizioni per essere ammessi nella milizia erano sette: prudenza, nobiltà, ricchezza, virtù, fama, moralità, età.

Il titolo “gaudenti” deriva dalla richiesta di “gaudere” cioè di rallegrarsi della gioia che deriva dalla dedicazione a Cristo e non, come erroneamente si tende a pensare, di indulgere in attività molto più umane e terrene.

Nel 1550 il complesso diventò una commenda e fu assegnato ad Achille Volta che lo ampliò e ne arricchì gli interni con particolari stravaganti.

 I primi riferimenti alla lapide compaiono in alcuni documenti del XVI secolo.

Il testo dell’iscrizione della lapide potrebbe essere stato concepito, dicono i maligni, nel clima da cenacolo umanistico vicino a mistero, allegoria ed esoterismo che Achille Volta aveva creato, ma molto probabilmente la lapide esisteva già e il senatore Volta fece solamente ricopiare il testo, ormai illeggibile, su di una nuova lastra di marmo rosso.

Ed è proprio in questo rifacimento che il testo ha perduto i tre versi finali che comparivano nel retro della versione originale.

 

Interpretazioni della Pietra di Bologna

L’iscrizione di Aelia Laelia Crispis ha sempre suscitato grande interesse, specie in ambito alchemico.

Già nel XVI secolo: Richard White proponeva Niobe come soggetto dell’iscrizione, Ulisse Aldrovandi riteneva si trattasse di una delle amadriadi, ovvero una ninfa delle querce, mentre Michelangelo Mari era certo si trattasse dell’acqua piovana.

Ma tra le interpretazioni più amate (e fantasiose) vi è una lettura di ispirazione alchemica del testo che faceva riferimento alla pietra filosofale: secondo questa teoria, interpretando il testo correttamente, si dovrebbe poter giungere a sintetizzare la famosa pietra, chimera degli alchimisti.

 Molto probabilmente le ultime tre righe, quelle che sono andate perse durante il rifacimento della lapide, stanno a spiegare il vero significato dell’iscrizione: senza senso logico la sua incongruenza consiste nel far inutilmente lambiccare il cervello del lettore, cioè nel prenderlo in giro.

Una nota interpretazione recita infatti:

«Questo è un discorso che non racchiude nessun significato,

questo è un significato che non ha apparenza nel discorso,

tuttavia il significato c’è e sta appunto nel discorso stesso.»

 

Anche le interpretazioni più recenti ripropongono l’iscrizione come niente altro che un gioco umanistico, uno scherzo, un’invenzione erudita per far scervellare gli interpreti; la mancanza di una soluzione univoca lascia infatti spazio alla più ampia immaginazione letteraria.

Se fosse veramente così, lo scopo dell’erudito burlone è stato pienamente raggiunto.

 

Romanzi e racconti

Nel 2000 l’editore Diabasis aveva pubblicato il volume Aelia Laelia. Un mistero di pietra, raccolta di 11 racconti gialli ispirati al mistero della pietra, scritti da autori emiliani e romagnoli, tra cui Valerio Massimo Manfredi, Giuseppe Pederiali, Danila Comastri Montanari, Piero Meldini e Valerio Varesi.

Nel maggio 2009 è stato pubblicato il romanzo “Il miele di Chopin” di Franco Gandolfi, Edizioni Pendragon, nel quale, sempre nell’ambito della finzione letteraria, è proposta una nuova soluzione interpretativa all’enigma.


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Il complesso di Santo Stefano

Vero santuario cittadino, è uno dei monumenti più antichi di Bologna e uno dei primi che vennero costruiti dai cittadini all’inizio dell’era cristiana. Detto anche il “Complesso delle sette chiese”, è un intreccio di più edifici di culto incastonati tra loro.

I numerosi restauri eseguiti fra la fine del XIX secolo e l’inizio del XX secolo hanno ridotto a quattro le tradizionali “Sette Chiese”.

La data di costruzione non è certa. Secondo la tradizione, si deve a San Petronio (vescovo di Bologna tra il 431 e il 450 e odierno patrono della città, che venne sepolto proprio all’interno di Santo Stefano) la fondazione del primo nucleo, la Chiesa del Santo Sepolcro o del Calvario. Avrebbe dovuto riprodurre il Santo Sepolcro di Gerusalemme e venne edificata sopra un preesistente tempio pagano dedicato a Iside, come testimoniano anche le sette colonne di marmo africano.
Successivamente vennero costruite la chiesa di San Giovanni Battista o del Crocifisso (VIII sec.), prima chiamata chiesa della Passione, la chiesa dei Santi Vitale e Agricola ( V secolo,) poi rifatta nell’VIII e nell’XI secolo, che conserva il sarcofago dei due martiri e la chiesa della Trinità o del Martyrium (prima conosciuta come Chiesa del Golgota), nella cui ultima cappella si trova il presepio più antico al mondo: risale al XIII secolo e fu realizzato da un anonimo scultore bolognese, mentre fu colorato un secolo dopo.

Nel loro insieme formano una ricostruzione simbolica dei luoghi della Passione di Cristo, come attesta l’antica denominazione del complesso: ‘Sacra Hierusalem’.

Si accede al complesso attraverso la Chiesa del Crocifisso, di origini longobarde. Ha una sola navata con il presbiterio sopraelevato che si raggiunge da una scalinata; qui si trova il Crocifisso della fine del 1300 che dà il nome alla chiesa. Nella navata sinistra si trova il“Compianto su Cristo morto”, una scultura del 1700 che secondo una leggenda sarebbe stata realizzata usando le carte da gioco confiscate in quegli anni quando il gioco d’azzardo era proibito.

Una porta laterale conduce alla Chiesa del Santo Sepolcro. 12 colonne circondano l’edicola che custodiva le reliquie di San Petronio, che furono ritrovate qui nel 1141. La piccola porta del Sepolcro veniva aperta una settimana l’anno ed era possibile entrarci strisciando per venerare i resti del Santo.

Le donne incinte di Bologna facevano trentatré giri attorno al sepolcro, uno per ogni anno di vita di Cristo, entrando a ogni giro nello stretto sepolcro per pregare; al termine del rito, si spostavano nella vicina chiesa della Trinità o del Martyrium per pregare davanti all’affresco della Madonna Incinta. Il corpo di San Petronio nel 2000 è stato spostato nella basilica che porta il suo nome e si è riunita alla sua testa, che già si trovava lì. Da allora il sepolcro, che ora è vuoto, non viene aperto più.

La fonte d’acqua che vi si trova rappresenta il fiume Giordano, dove fu battezzato Gesù. In realtà la fonte esisteva già nel tempio originario dedicato a Iside.

Da una porta laterale si entra nella chiesa dedicata a Vitale e Agricola, martiri bolognesi, servitore e padrone, di cui si trovano i due sarcofagi decorati con leoni, cervi e pavoni a rilievo. Vittime della persecuzione di Diocleziano nel 305 d.C. , condotti entrambi nell’arena, gli aguzzini torturarono Vitale sino alla morte pensando che alla vista delle sue sofferenze Agricola avrebbe abiurato. Invece, incoraggiato dalla morte del fedele servo, Agricola affrontò con coraggio la crocifissione, testimoniando sino alla fine la sua fede cristiana.

La chiesa in origine era dedicata a San Pietro, qui si era infatti ritrovato un sepolcro con la scritta “Symon” e si era sparsa la voce che fosse la tomba di Simone, il primo apostolo chiamato poi Pietro. La notizia aveva attirato numerosi pellegrini, distraendoli da Roma. Per ovviare a ciò il papa fece scoperchiare e riempire di terra la chiesa. Solo 70 anni dopo fu permesso di ripristinare il luogo di culto, naturalmente col patto che fosse cambiato il suo nome.

Rientrando nella chiesa del Sepolcro, si attraversa il Cortile di Pilato, con il bacile marmoreo donato da Liutprando e Ilprando, re dei Longobardi – che avevano in Santo Stefano il loro principale centro religioso.

Nel chiostro medievale sono affisse alle pareti numerose lapidi recanti i nomi di quasi tutti i bolognesi caduti durante laPrima Guerra Mondiale; nell’atrio dell’ingresso occidentale altre grandi lapidi a tutta parete riportano i nomi dei bolognesi caduti durante la Seconda Guerra Mondiale.
Nel Museo del complesso sono conservati preziosi oggetti di culto e alcune opere d’arte provenienti dalle sette chiese, fra cui una benda che secondo la leggenda apparteneva alla Madonna: una volta l’anno veniva portata in processione per le vie della città e, in quest’occasione, alle prostitute veniva vietato di trovarsi a distanza di sguardo da qualsiasi punto in cui passava il corteo.

Bologna, le Sette Chiese di Santo Stefano,


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La basilica di San Luca

SONO TANTE LE LEGGENDE SULLE ORIGINI STORICHE DEL GRANDE SANTUARIO sul Colle della Guardia
ma e’ questa la piu’ accreditata:
Fu Angelica di Caicle  che, nel 1192, volendosi dare a vita religiosa, dono’ ai Canonici di s. Maria di Reno
alcuni terreni sul Colle,perche’ l’aiutassero ad erigervi un Monastero.
A seguito di cio’, il 25 maggio 1194, il vescovo di Bologna Gerardo di Ghisla pose la prima pietra di una
piccola Chiesa che venne dedicata a S. Maria del Monte della Guardia e nella quale venne collocata la bella
immagine della MADONNA COL BAMBINO , che ancora si venera.
Nel 1433 poi, Graziolo Accarisi, giureconsulto e membro del Consiglio degli Anziani, per chiedere al CIELO
la cessazione delle piogge continue che facevano guastare i raccolti, propose di trasportare solennemente
l’immagine mariana in citta’, per celebrarvi pubbliche processioni e preghiere.
Quando L’IMMAGINE della MADONNA varco’ l’arco di Porta Saragozza, la pioggia cesso’.
IL fatto fece aumentare la fede dei cittadini, e indusse il VESCOVO di Bologna Nicolo’ Albergati ed il Municipio
a ripetere ogni anno il trasporto dell’immagine in citta’, cosi’ come si fa tutt’ora,e rese necessaria la ricostruzione
in forme piu’ ampie, della Chiesetta sul Monte, che fu consacrata nel 1481.
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NEL 1459,  Graziolo ACCARISI pubblico’ una LEGGENDA,che,prendendo spunto dal fatto che le piu’ antiche immagini
della MADONNA venivano comunemente dette di S.LUCA, attribuiva il dipinto sul Colle della Guardia all’Evangelista
che, a Costantinopoli ,l’aveva consegnato ad un pellegrino per trasportarlo a BOLOGNA.
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NEL 1674,per facilitare i continui pellegrinaggi e discese annuali dell’Immagine, e per merito della GRANDIOSA RACCOLTA di FONDI alla quale parteciparono tutti i cittadini bolognesi e del contado,venne iniziata la costruzione del celebre lunghissimo PORTICO:
il PIU’ LUNGO del MONDO: ”3,796 km di percorso ininterrotto, con 666 archi”, e che supera un dislivello di circa 200 metri.
Fu progettato e completato nel 1732 dall’architetto Gian Giacomo Monti, mentre il bellissimo ARCO DEL MELONCELLO venne progettato dall’architetto Carlo Francesco DOTTI.
IL NUOVO SANTUARIO- IN STILE BAROCCO- INIZIO’ IL 26 LUGLIO 1723, al suono di tutte le campane della citta’,e della vecchia Chiesetta venne rispettata la sola cappella maggiore, gia’ in forme barocche.
l’architetto Francesco DOTTI concepi’ l’opera come un enorme oggetto a se’ stante,quasi un reliquiario,
posato tra il verde, sul colle, ad accentuarne la cima.
La sagoma inconfondibile del Santuario e del Colle, visibili da tutta la pianura circostante, divennero lo sfondo di ogni veduta della citta’ e simbolo di tutti i bolognesi.
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L’IMMAGINE della MADONNA , DIPINTA SU TAVOLA DI LEGNO E ORNATA CON RILIEVI A PASTIGLIA, rientra nel gruppo delle madonne bizantineggianti dette “Hodigitrie” (cioe’ conduttrici: recanti il figlio in braccio).
Secondo una tradizione cristiana, risalente al VI° secolo,avrebbe avuto origine da un prototipo dipinto dall’evangelista S. LUCA
Ma , in realta’ questa tavoletta venne eseguita in ITALIA nel tardo secolo XII°, sotto l’influsso delle cosidette “icone dei crociati”: un genere pittorico nato dai contatti con la TERRA SANTA prodotti dalle CROCIATE.


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La Basilica di San Petronio

Chiesa principale di Bologna, la Basilica di San Petronio domina Piazza Maggiore.

Per le imponenti dimensioni (132 metri di lunghezza e 60 di larghezza, con un’altezza della volta di 45 metri) è la quinta chiesa più grande del mondo.

E’ dedicata al santo patrono della città (che ne fu vescovo nel V secolo), ma la sua costruzione fu espressione dell’autorità comunale. Fu infatti il Senato di Bologna che diede ad Antonio di Vincenzo l’incarico di edificare di una grande cattedrale, che surclassasse per dimensioni la Basilica di San Pietro a Roma.

Ultimo esempio del gotico italiano, la sua costruzione iniziò nel 1390, poco dopo quella del Duomo di Milano, e  i lavori procedettero lentamente per secoli. Dopo la morte di Antonio di Vincenzo, ci fu una lunga stasi di quasi 100 anni, fino a che nel 1514 Arduino Arriguzzi venne incaricato di continuare i lavori. Il progetto del nuovo architetto avrebbe fatto diventare la chiesa la più grande basilica della cristianità, a pianta di croce latina, con 224 metri di lunghezza, e 150 metri di larghezza.

Ma questa prospettiva non poteva piacere al Papato. In quei tempi Bologna era una delle città più grandi e ricche d’Europa, grazie all’antica e prestigiosa Università (lo Studium) e all’industria della seta, e con questo primato avrebbe largamente consolidato il suo potere. Per impedirne la realizzazione, Papa Pio IV finanziò interamente la costruzione dell’Archiginnasio, futura sede stabile dello Studium, che venne completato a tempo di record a soli 12 metri dalla basilica, impedendone di fatto la pianta a croce latina. Per lungo tempo San Petronio fu anche la chiesa dello Studium,  di cui scandiva i tempi delle lezioni con una sua campana, detta “la scolara”.

La grande basilica venne terminata nel 1659, pur non essendo ancora incompleto il  rivestimento marmoreo della facciata, sia a causa delle diatribe stilistiche su come completarla, sia a causa delle alterne vicende della città e della mancanza di finanziamenti.

San Petronio appartenne fino al 1929  al Comune, che ne fece molteplici usi e non solo per fini religiosi: luogo di cerimonie, ritrovo pubblico, tribunale. Solo a seguito dei Patti Lateranensi la proprietà è stata trasferita alla Diocesi.

Anche per questo motivo la chiesa fu consacrata solo nel 1954 dal cardinale Lercaro.

E’ aperta ogni giorno dalle ore 8 alle 12,30 e dalle 15 alle 18.

Curiosità

Tra gli  eventi storici che vi ebbero luogo, il più rilevante fu l’incoronazione di Carlo V ad imperatore del Sacro Romano Impero, nel 1530.

Nella basilica si trovano due organi monumentali, quello sul lato destro del Presbiterio,  risalente al 1475 è il più antico grande organo giunto fino a noi.

Nella chiesa è possibile ammirare anche la Meridiana più lunga del mondo, costruita nel 1655 su progetto dell’astronomo Giovanni Domenico Cassini: i suoi 66,8 m di lunghezza sono pari alla seicentomillesima parte della circonferenza terrestre (66,8 metri). Ufficialmente Cassini intendeva determinare con la massima accuratezza la lunghezza dell’anno, misurando il tempo  tra due passaggi successivi del Sole all’equinozio di primavera, onde verificare la correttezza della riforma gregoriana del calendario. In realtà,  a meno di 20 anni dal processo a Galileo, voleva risolvere la controversia tra quanti ritenevano che fosse il Sole a ruotare intorno alla Terra immobile e quanti ritenevano, invece, che la Terra ruotasse intorno al Sole e che il moto del Sole fosse solo apparente. Grazie alla Meridiana riuscì a confermare sperimentalmente l’eccentricità dell’orbita terrestre.

-Dal 2005, Anno Internazionale della Fisica, nella cappella di San Michele (vicino alla grande meridiana del Cassini) è presente un pendolo atto a dimostrare la rotazione della Terra, secondo quanto suggerito dal fisico francese Leon Foucault nel 1851.

-La chiesa ospita le spoglie di Elisa Bonaparte, sorella di Napoleone.


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La fontana del dio Nettuno

La fontana del dio Nettuno per i bolognesi è “Il Gigante”. Per poterla  realizzare, venne aperta l’omonima piazza, contigua a piazza Maggiore,  abbattendo un intero isolato nel 1564.

In marmo e bronzo, fu costruita dallo scultore fiammingo Jean de Boulogne di Douai in Fiandra, detto il Giambologna su progetto del palermitano Tommaso Laureti.

Voluta dal Legato Pontificio rappresenta ill potere papale: come Nettuno domina le acque, così il Papa domina il mondo. Ai piedi del Dio sono infatti quattro putti, che rappresentano Gange, Nilo, Rio delle Amazzoni e Danubio,  i fiumi dei continenti allora conosciuti.

La leggenda narra che il Giambologna volesse realizzare il Nettuno con i genitali più grandi ma la Chiesa glielo proibì. Lo scultore però non si arrese, infatti disegnò la statua in maniera tale che da una particolare angolazione il pollice della mano sinistra tesa del Nettuno sembri spuntare direttamente dal basso ventre, facendogli suggerire (eretto) il genitale; a prova dello stesso, viene mostrata ai turisti, una pietra pavimentale nera, detta anche “della vergogna” posta in un punto ben preciso in Piazza del Nettuno che ne agevola la visione.

Per questa ragione, vi furono varie proposte per salvaguardare la moralità pubblica: coprire con vesti in bronzo e la statua  e le sirene che ai quattro angoli spruzzano acqua dalle mammelle. Fortunatamente  non se ne fece nulla.


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Il Portico del Pavaglione e la seta

In piazza Maggiore, di fronte al Palazzo D’Accursio, sede del Comune, c’è il portico del Pavaglione, lungo 139 metri su 30 arcate, e rappresenta attualmente il tradizionale passeggio elegante della città .

Il suo nome deriva dal francese pavillion, padiglione, la tipica tenda con cui veniva oscurato l’arco del portico al fine di proteggere i banchi del fiorente mercato dei bachi da seta che qui si svolgeva ogni anno a partire dal 1449. 

Non tutti sanno che, per secoli, Bologna fu nota come “la città della seta”. Alla fine del XVII secolo, all’interno delle mura, esistevano 119 mulini da seta, mossi da 353 ruote idrauliche, grazie all’acqua dei numerosi canali che arrivava in città dalle colline circostanti favorita dalla pendenza del terreno.  A valle del sistema, un porto canale,e il canale Navile, permettevano a merci e passeggeri di raggiungere il Po e Venezia.

La qualità delle sete bolognesi era senza pari in Europa e tale da competere con le migliore sete orientali. Il mercato internazionale e le corti delle case regnanti assorbivano la maggior parte dei tessuti, tutti di grande qualità, leggerissimi e trasparenti, frutto di filati particolarmente sottili, perfetti e resistenti, lavorati così perfettamente solo a Bologna. Il segreto erano le macchine – come “Il mulino da seta bolognese” – i cui meccanismi erano custoditi gelosamente con severissime pene per le spie industriali che tentassero di appropriarsi dei segreti tecnologici: chi avesse portato fuori da Bologna il segreto dei filatoi e torcitoi era imputabile di alto tradimento, quindi punibile, quando andava bene, con l’impiccagione, ma più spesso con lo squartamento.

L’industria della seta prosperò fino a tutto il XVIII secolo, quando iniziarono gli anni della recessione e della decadenza, a causa della “fuga di notizie” che consentì a modenesi e a reggiani di fare filatoi simili a quelli di Bologna, ma soprattutto perché alla fine del ’700  Napoleone, per favorire le sete francesi, fece chiudere tutti gli opifici di Bologna.