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La Bologna dei portici

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Immaginate un viale alberato che in primavera si copre di fiori, in estate offre riparo dal sole cocente, in autunno si rende complice ingannando gli sguardi con iridescenti nebbie e in inverno si copre di freddi gioielli lucenti e preziosi come antichi merletti, improvvisamente il legno diventa pietra, i rami diventano archi e le foglie capitelli, davanti ai vostri occhi c’è un portico che ripara, protegge e invita alla sosta. Discorsi, sussurri, risate, il contatto umano si allarga e si sviluppa, la voce si amplifica nell’eco delle arcate …

Portico Pavaglione

    Il portico del Pavaglione in una vecchia cartolina

I portici rappresentano senza dubbio il tratto più caratteristico di Bologna con una rete di circa 38 chilometri all’interno del centro storico e di oltre 42 chilometri complessivi. I portici sono stati candidati come patrimonio dell’umanità dell’Unesco.

La Dotta, la Grassa, la Rossa, questi gli appellativi con cui si suole definire Bologna, derivanti dall’antico Studium, dall’ottima cucina e dal colore dei mattoni con cui sono costruiti i suoi palazzi, ma a questi appellativi manca quello che maggiormente la caratterizza: Bologna città dei Portici.

Come nascono i portici a Bologna

Nel tardo medioevo il forte incremento della popolazione, dovuto principalmente allo sviluppo dell’Università, rese necessaria la costruzione di altre unità abitative e si provvide a ciò ampliando i piani superiori delle case esistenti con asporti retti dal prolungamento delle travi portanti e da mensole dette «beccadelli».

Ampliando successivamente detti asporti, i «beccadelli» non erano più in grado di reggere l’aumento di carico e si rese necessario scaricare a terra il sovrappeso tramite colonne in rovere. All’epoca quasi tutte le costruzioni, tranne le torri, erano realizzate con il legno di rovere, anche perché il territorio attorno alla città era ricco di foreste di querce.

I portici non potevano essere costruiti su terreno pubblico quindi era lasciato al proprietario l’onere della costruzione e del mantenimento, ma il Comune si garantì l’uso pubblico del suolo.

A differenza di altre città dove le amministrazioni decisero di rimuoverli, a Bologna si pensò di rendere i portici obbligatori e di pubblico utilizzo, nel 1288 il Comune promulgò un bando per cui tutti i nuovi edifici dovevano essere dotati di portico alto almeno 7 piedi bolognesi (2,66 metri), cioè quanto un uomo a cavallo che indossa il cimiero, e largo almeno altrettanto.

A queste misure non ci si attenne sempre scrupolosamente, specialmente nelle zone più povere, ma l’importante era che tutte le case fossero dotate di portici.

Forti sostenitori dell’utilizzo pubblico dei portici furono artigiani e commercianti, che li usavano come laboratorio all’aperto protetto dal sole estivo e dalla pioggia invernale e più luminoso delle loro botteghe poste al pianterreno delle abitazioni, gli studenti della nascente università, che vi trovavano riparo per studiare e discutere e gli abitanti dei pianterreni umidi e malsani a causa del continuo contatto con la fanghiglia ed i liquami delle strade.

Il 26 marzo 1568 il Legato Pontificio e il Gonfaloniere emisero un bando per cui, entro tre mesi, tutte le colonne lignee dei portici dovevano essere sostituite da colonne in laterizio o in macigno, pena forti sanzioni per chi non si fosse adeguato.

Nonostante le multe (ben 10 scudi d’oro) e le minacce di punizioni corporali, molte stilate di legno resistettero fino alla metà del XIX secolo quando la sostituzione fu generalizzata.

Casa IsolaniFortunatamente l’intervento del conte Giovanni Gozzadini, che permise alle esistenti colonne lignee di continuare ad esistere, ci consente ancora oggi di assaporare le suggestioni del tardo medioevo nei pochi portici sopravvissuti con le colonne di rovere.

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