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Il Liber Paradisus e la liberazione degli schiavi

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Nel 1256 Bologna fu il primo comune italiano (e probabilmente fra le prime città al mondo) ad approvare uno dei principali atti liberatori servili medievali che aboliva la schiavitù e imponeva la liberazione dei servi della gleba. Con tale atto vennero liberati circa 6.000 schiavi.

Nel 1257 il Comune fece compilare da quattro notai, fra cui Rolandino de’ Passaggeri, un memoriale con cui si elencavano nel dettaglio i nomi dei servi liberati.

liber-paradisusIl libro, ora conservato presso l’Archivio di Stato, è detto Liber Paradisus (Libro Paradiso) perché la prima parola scritta è appunto Paradiso, a ricordare che Dio in Paradiso creò l’uomo in perfettissima e perpetua libertà.

Nel 2007, in occasione del 750º anniversario degli atti di liberazione del 1257, il manoscritto originale è stato scansionato e pubblicato online.

Il Liber Paradisus da qualche anno è dunque disponibile e scaricabile.

Le ragioni di un atto così importante

Dopo la battaglia di Fossalta del 1249,  le signorie del contado bolognese erano quasi tutte state sconfitte e ne derivò una riflessione etica, ma soprattutto economica, sui servi, fino ad allora senza alcun diritto e di esclusiva proprietà dei signori.

Questa mancanza di diritti sfociava anche nella loro “trasparenza e non esistenza” per la gabella: dagli schiavi il Comune non poteva ricavare alcuna entrata.

Il 25 agosto 1256 la campana dell’Arengo del palazzo del Podestà chiamò a raccolta i cittadini bolognesi in piazza Maggiore: il Podestà Bonaccorso da Soresina ed il Capitano del Popolo annunciarono la liberazione di circa 6.000 servi, appartenenti a circa 400 signori.

La sola famiglia Prendiparte, proprietaria dell’omonima torre ancora esistente, ne possedeva più di 200.

Gli schiavi furono riscattati con il pagamento, da parte del tesoro comunale, di 8 (per i bambini) e 10 (per i maggiori di quattordici anni) lire d’argento bolognesi, che erano mediamente i prezzi di mercato dei servi. Per la liberazione di 5.855 servi il comune pagò 54.014 lire bolognesi.

L’atto fu sicuramente coraggioso, ma a ben guardare la liberazione di tanti schiavi fu anche un’astuta mossa dettata da interessi economici: oltre ad una quasi certa miglior resa lavorativa dei servi in quanto uomini liberi, dopo la loro liberazione il Comune pensava di sottoporre alle tasse migliaia di nuovi individui fino ad allora esenti.

Ecco perché il Comune vietò ai servi liberati di spostarsi fuori dall’ambito della diocesi di appartenenza. In certi casi i servi si radunarono in determinate località franche (da cui ad esempio i nomi di paesi come Castelfranco).

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